
I padri costituenti avevano ben chiaro cosa doveva diventare l’Italia dopo 20 anni di dittatura fascista e una guerra mondiale. Democrazia e lavoro erano alla base dell’idea. E ne erano talmente convinti che costruirono l’articolo 1 della nostra costituzione fondendo le parole “democratica” e “lavoro” in una frase dall’armonia difficilmente eguagliabile.
Lo scenario del mondo del lavoro non deve essere cambiato più di tanto se nel 2015 le Nazioni Unite hanno sentito il bisogno di varare l’Agenda 20-30, nella quale l’SDG8 è dedicato proprio a questo. “Bisogna incentivare una crescita economica duratura, sostenibile e inclusiva, un’occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per tutti”. Se è vero che nell’ultimo quarto di secolo i lavoratori che vivono in estrema povertà sono diminuiti, è vero anche che le persone che vivono con meno di due dollari al giorno sono 780 milioni. Nella soluzione del problema il ruolo delle imprese è fondamentale. Sono queste che creano la maggior parte del lavoro e sono queste che si devono impegnare a fornire un lavoro dignitoso sia ai propri lavoratori che a quelli della catena dei fornitori. Lavoro “dignitoso” significa che questo deve essere sicuro, remunerato equamente, deve proteggere il nucleo familiare e deve favorire la crescita personale. Il lavoro dignitoso è un diritto fondamentale per ogni lavoratore e una legittima aspirazione che andrebbe garantita in ogni contesto economico e sociale. Solo che spesso la risposta delle imprese è di facciata.
La realtà in Italia è a dir poco drammatica: ogni giorno, sul posto di lavoro, muoiono in media tre persone, una cifra che risuona come un bollettino di guerra. 1100 sono le morti sul lavoro registrate dall’INAIL (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro), nel 2023. Senza voler sminuire il dato assoluto, il fattore preoccupante è che le morti sono in crescita rispetto agli anni precedenti.
A oltre 70 anni dal varo della nostra costituzione la dignità del lavoro non è certamente brillante. L’attacco alla dignità dei lavoratori è da attribuire alla strisciante deregolamentazione del mercato del lavoro compiuta negli ultimi decenni. In questi anni, infatti, le politiche economiche hanno progressivamente favorito una sempre maggiore flessibilità del lavoro spesso a scapito della sicurezza. I contratti flessibili cioè i contratti a termine, il lavoro interinale, il part time hanno spuntato le armi ai lavoratori che hanno imparato a non denunciare condizioni di lavoro pericolose per non perdere il posto. Ma anche se tacciono possono sempre essere licenziati con un messaggio WhatsApp che annuncia che nella casella di posta elettronica c’è un messaggio importante. Come è accaduto ai 422 lavoratori della GKN di Campi Bisenzio in provincia di Firenze. Dall’altra parte le aziende tendono a ridurre i costi, trascurano di investire in soluzioni per garantire la sicurezza. Sicurezza non è solo una funzione che riguarda gli investimenti negli impianti. La sicurezza si conquista sviluppando una cultura che metta la persona al centro dei processi, e formandola. Invece, sempre l’INAIL ha evidenziato che molte delle vittime di incidenti mortali non avevano ricevuto una formazione sufficiente sulle norme di sicurezza. Quella della sicurezza è, in definitiva, un sistema che deve essere registrato per funzionare più efficacemente. Uno degli elementi che può fare la differenza è il ruolo dei controllori. Nonostante l’Italia abbia una delle legislazioni sul lavoro più avanzate, non ha in realtà un numero adeguato di ispettori del lavoro che controllino che le procedure siano realizzate a norma di legge. La sicurezza dei lavoratori è garantita da 4768 operatori coordinati dall’Ispettorato del Lavoro, di questi 200 fanno capo all’INAIL e 828 all’Inps, per finire con 518 che fanno capo ai Carabinieri. Anche se il Ministero ha avviato una politica di rafforzamento dell’organico, arruolando altri 776 ispettori nel 2023, l’impatto che devono arginare è di oltre 4 milioni di imprese. Solo 20.750 hanno ricevuto una visita ispettiva nel 2023.
Il tremendo impatto delle morti bianche comporta, oltre alla tragedia umana, costi economici significativi. L’INAIL ha calcolato che i costi diretti e indiretti degli infortuni sul lavoro in Italia superano i 45 miliardi. Stiamo parlando di un importo pari al 3% del nostro prodotto interno lordo. Per cui l’investimento in sicurezza è sia un imperativo etico che un investimento economico di buon senso.
Gli esseri umani non hanno mai raggiunto un livello di benessere come quello attuale. Mediamente la qualità della vita è migliorata. Ma dentro la media le differenze sono aumentate. Per tenere insieme le estremità occorre un forte recupero di umanità, cioè la capacità di ascoltare e di prendersi cura di chi ci sta intorno. Come ha fatto il già citato Dan Price della Gravity Payments di Seattle. Maturata la consapevolezza che pur essendo i suoi lavoratori pagati più della media di settore (circa 37.000 $/anno) facevano fatica ad arrivare alla fine del mese, ha deciso arbitrariamente di elevare gli stipendi minimi a 70.000 $/anno. L’impatto sociale e l’impatto economico hanno dato risultati sorprendenti. I dipendenti hanno potuto ripianare i debiti, estinguere i mutui, guardare al futuro con più serenità e quelli che avevano un secondo lavoro lo hanno abbandonato. Sorprendentemente i clienti sono raddoppiati. Il profitto è aumentato, è aumentata la reputazione aziendale, è aumentata la qualità della vita.





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