
C’è una categoria di consumatori che non viene presa in considerazione dagli uffici marketing dell’industria e della distribuzione. Questi consumatori sono trattati come se fossero invisibili. Anzi, a dire la verità, si sono appropriati del termine e si fanno chiamare “gli invisibili”, per manifestare abbastanza provocatoriamente il loro stato di realtà. Sono le persone con disabilità, con difficoltà motorie, con neuro divergenze. Sono le persone non previste, quelle che non rientrano nelle categorie tradizionali con i quali si segmenta un mercato oppure un gruppo sociale. Sono le persone che sembrano sfuggire a tutti, nell’indifferenza generale.
Eppure stiamo parlando di un numero considerevole. Si stima che in Italia le persone con difficoltà motorie siano circa 4 milioni che possono superare i 20 milioni se a questi si aggiungono le persone con neuro divergenze, gli anziani, le madri con passeggini, le persone severamente obese si superano i 20 milioni. Non sono alieni. Sono persone come tante. Vivono una vita più complessa. Ma non sono diversi.

Lo scenario sta cambiando. Nonostante “il mondo” non sia stato concepito per mettere le persone con disabilità e difficoltà motorie nelle condizioni migliori per circolare, queste stanno maturando una nuova consapevolezza: riconoscono la loro unicità e il loro valore. La crescita della fiducia nei loro mezzi li sta facendo emergere dal comfort delle loro case. Tanto che in città si cominciano a vedere sempre più spesso sedie a rotelle. Non si tratta di persone che escono a prendere una “boccata d’aria”, si tratta di persone che cominciano ad affrontare la vita sociale e il lavoro attivamente e, possibilmente, autonomamente.
Le condizioni stanno cambiando perché sono state combattute battaglie di civiltà per affermare i diritti alla mobilità delle persone con difficoltà, battaglie che hanno contribuito a sollevare il velo dell’invisibilità. Gli Stati Uniti si sono distinti per aver combattuto le battaglie più originali. Come la Capitol Crawl quando nel marzo del 1993 60 attivisti si sono liberati dei loro ausili per arrampicarsi strisciando e trascinandosi lungo i 78 gradini del Campidoglio per sensibilizzare i governanti a trasformare in legge lo “Americans with Disabilities Act. Ma gli Stati Uniti sono anche pieni di contraddizioni. Nel 2019, infatti, a Rachel Hollins, una donna affetta da disabilità uditiva, venne negato il diritto di essere servita in un fast-food dell’Oklahoma perché avrebbe fatto perdere troppo tempo in un momento particolarmente affollato. In Italia ciò non potrebbe accadere. Infatti, il diritto dei clienti, regolato dal “Testo Unico per la Pubblica Sicurezza” prevede che il rivenditore non possa discriminare un cliente pagante per nessun motivo. Le uniche eccezioni sono la vendita di alcol ai minori e agli ubriachi.
Si può dire che il “terreno” sia stato ben preparato per mettere le persone con difficoltà motorie nelle condizioni di potersi muovere al meglio. Invece devono ancora affrontare un girone dantesco: le barriere architettoniche e l’accessibilità dei punti vendita. Infatti, cosa c’è di peggio di affrontare una serie di barriere architettoniche per andare in un negozio, e accorgersi poi che all’ingresso c’è un gradino insormontabile.
Ciò non accadrebbe se le persone con difficoltà motorie avessero a disposizione le informazioni circa l’accessibilità di percorsi e luoghi. L’accessibilità è normata dal decreto legislativo del Ministero dei Lavori Pubblici 236 del 14 giugno 1989 e dalla legge 104 del 1992. Il decreto elenca i requisiti necessari per garantire l’accessibilità, l’adattabilità e la visitabilità degli edifici privati e di edilizia residenziale pubblica.
Il decreto stabilisce che le attività aperte al pubblico, come i negozi, debbano innanzitutto rispettare il requisito della visitabilità; gli spazi di relazione devono dunque essere accessibili anche a chi ha difficoltà motorie o sensoriali.







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