Diceva Margaret Mead (americana, 1901-1978), una leggenda dell’antropologia, che la civiltà è nata grazie a un femore rotto. Più precisamente è nata quando un uomo delle caverne ha deciso di prendersi cura del femore rotto di un compagno. Vale la pena sottolineare che il soccorritore non ha aiutato il compagno infortunato ma se n’è preso cura.
Il “prendersi cura” è, infatti, un’operazione apparentemente semplice che si differenzia da “aiutare”. Aiutare significa rendere più facile una azione. “Prendersi cura” è, invece, un’azione più complessa. “Prendersi cura consiste innanzitutto nell’essere disponibili e comprensivi come e quando richiesto e, in secondo luogo, nell’intervenire ragionevolmente non appena la persona di cui ci si prende cura si trovi in difficoltà”. Lo affermava John Bowlby (1907-1990), psicologo inglese. E perché ciò possa avvenire il soccorritore deve essere empatico e saper ascoltare per poter essere di supporto nei modi e nei tempi necessari all’infortunato.
La battaglia di civiltà si fa quando in comunità un gruppo decide di “prendersi cura” di una minoranza “fragile”. E se ne prende cura lottando per loro. Le “armi” sono le idee, la perseveranza, la visione, l’ascolto e il confronto, il coinvolgimento e la partecipazione. L’obiettivo è di tenere alta l’attenzione attraverso convegni, manifestazioni, i mezzi di informazione, la comunicazione digitale, gli incontri con le istituzioni. E poi un giorno senza preavviso qualcuno cambia le carte sul tavolo a favore delle persone “fragili”.
È emblematico il caso di Legambiente che nel 2015, dopo 21 anni di battaglia, ha visto gli eco reati entrare nel codice penale. La perseveranza è stata la chiave del successo. Non a caso la legge è stata chiamata: “legge di civiltà”.






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