Quando le aziende mi chiamano per raccontare la mia storia rispondo sempre con entusiasmo. Mi piace parlare in pubblico. Mi piace sfidare, metaforicamente, le domande. Per questo in apertura dichiaro sempre che sarò trasparente: “Risponderò a qualsiasi domanda”.

Le aziende sono piene di aspettative e io so che dovrò rendere conto a un committente interno ma soprattutto so che devo dare tutto me stesso per chi si è scomodato a venire ad ascoltarmi. E questa consapevolezza è moltiplicata dal senso di responsabilità: le mie parole potrebbero entrare nella vita delle persone e influenzare i comportamenti di alcuni.

C’è un però. L’incertezza che le mie parole, la mia storia contribuiscono a cambiare gli atteggiamenti nei confronti delle persone con disabilità. Nonostante i riscontri dei miei interventi siano positivi, il dubbio mi attanaglia sempre sulla strada del ritorno.

Poi inaspettatamente uno squarcio. La tela dell’incertezza si dissolve.

La HR manager di una multinazionale italiana con sede all’estero, durante il corso di Diversità & Inclusione concepito appositamente per il top management e al quale sto contribuendo, mi fa una rivelazione straordinaria. Racconta di aver ricevuto un curriculum di una persona con disabilità. Mentre si accingeva a rispondere con la più classica delle lettere di ringraziamento e diniego si è fermata e si è chiesta: “Riccardo cosa farebbe al mio posto….? Riccardo lo chiamerebbe”. Quando nel corso del colloquio si è trovata ad affrontare il tema della disabilità del candidato, di fronte all’incertezza si è domandata ancora: “Riccardo cosa farebbe al mio posto…? Riccardo andrebbe giù dritto”.

Nel mese di novembre questo candidato sarà il primo lavoratore con disabilità impiegato nella sede centrale all’estero. In quel momento tutti i km che ho percorso, tutte le parole che ho pronunciato, tutti i corsi che ho tenuto hanno trovato il loro senso e ho maturato la consapevolezza che sì, posso indurre il cambiamento. Beninteso, crescono anche le responsabilità.

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